La questione Rom

20.04.2011 14:59

A meno di un mese dalle elezioni, assistiamo alla consueta stretta dell’amministrazione locale nei confronti degli insediamenti abusivi. Solo nella nostra zona, nel giro di pochi giorni sono stati smantellati accampamenti in via Medici del Vascello, via Sant’Arialdo, via Rogoredo.

Il vicesindaco De Corato snocciola cifre entusiasmanti, ripromettendosi di azzerare la presenza dei Rom a Milano entro fine mandato “grazie ai rimpatri coatti.”

Ma come si fa a rimpatriare persone che una patria non ce l’hanno?

Siamo al solito teatrino elettorale, un gioco delle tre carte fatto sulla pelle non solo dei nomadi, ma anche dei cittadini che, di volta in volta, si trovano nelle vicinanze degli insediamenti abusivi.

E’ stato tentato un reale progetto di integrazione per le minoranze Rom? La risposta è no, anche considerata la sproporzione nella capacità di attrarre consenso (elettorale) da uno sgombero rispetto a quella di perseguire una faticosa e lunga politica di responsabilità.

L’integrazione dei rom è un investimento sul futuro, non certo un trucco di prestigio a sensazione.

Coinvolgere la società civile dei rom: questa è l’unica via da perseguire, senza nascondere tutte le difficoltà a cui si andrà incontro.

Le amministrazioni tutte, nazionali e locali, saranno chiamate a rendere conto di un progetto concreto anche sulla base delle precise indicazioni che giungono dalla Commissione Europea (consultabili sul sito per chi volesse approfondire ec.europa.eu/social/main.jsp?catId=518&langId=it) i cui punti fermi sono:

•             garantire che tutti i bambini rom portino a termine il ciclo della scuola primaria.

•             pieno accesso alla formazione professionale, al mercato del lavoro e ai piani per il lavoro autonomo

•             parità di accesso all'assistenza sanitaria, alle cure preventive e ai servizi sociali: lo scopo prioritario è ridurre il tasso di mortalità infantile

•             parità di accesso agli alloggi, compresi gli alloggi sociali: allacciamento delle comunità rom alla rete idrica ed elettrica e altre misure

Investire in questa direzione significa diminuire la spesa sociale nel futuro, attraverso l’inserimento di nuovi soggetti nel tessuto produttivo.

E’ forte la tentazione di scaricare la responsabilità della mancata integrazione al rifiuto degli stessi nomadi a voler accettare un confronto civile. L’isolamento, l’ostilità, retaggi di una cultura di tipo predatorio rendono complesso il progetto. E premessa indispensabile a sostegno di ogni iniziativa di integrazione deve essere quella di prevenire e sanzionare i reati, e perseguire i criminali, a qualunque etnia appartengano.

La speranza è rappresentata dai giovani.

Le nuove generazioni, composte da coloro che si confrontano con maggior apertura e minor ostilità con il mondo che li accoglie.

A loro ci si deve rivolgere con atteggiamento non dissimile da quello che l’occidente sta tenendo nei confronti delle rivolte democratiche nei paesi islamici. Niente più democratizzazioni forzate, niente guerre preventive, ma il sostegno morale e materiale a chi, dopo secoli di vessazioni, ha deciso di correre il rischio dell’autodeterminazione e della libertà.

Alle vittime di un sistema educativo vessatorio e violento dobbiamo offrire la speranza di una mano tesa, la condivisione di ciò che di buono la nostra civiltà ha costruito per sfuggire alle angherie del patriarcato, e per superare la subalternità dei figli e delle donne.

Coinvolgere le comunità rom nei processi di formazione dei tessuti sociali locali è la via per la risoluzione di un grande problema. Le scuole, i centri culturali, i servizi sociali, le biblioteche e le parrocchie devono essere attrezzate e sostenute per perseguire questo difficile scopo. I cui benefici, forse, non saranno sotto gli occhi dei cittadini in tempi brevi. Ma il dovere di una classe dirigente è quello di saper guardare al futuro con fiducia e fermezza.  

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